“A quest’ora potevi avere milioni di follower!”

Si, è vero. Ma non è mai stato il mio obiettivo. Poi così è troppo facile: lo fanno tutti.

Ho cercato di dare una rivoluzione allo stile. Un destrutturalismo dei social. E non sarebbe mai stato possibile senza i miei amici e conoscenti.

E’ un’ode allo scomporre, e non è un caso che adoro Picasso.

Sono giunta alla considerazione, dopo la lettura de “La struttura assente” di Eco, che avevo bisogno di crear(mi) un nuovo stile: ogni app che usiamo, ogni social, sono e rappresentano un capitolo della nostra vita. E ogni capitolo, lo sappiamo, ha un inizio e una fine. A volte, un ritorno. Ogni capitolo rappresenta qualcosa.

Se avessi proseguito in stream of consciousness, o li avessi raccolti in un unico che percorso, cosa sarebbe stato? Sarebbe servito?

Che realtà avrebbe rappresentato?

No, avrei lasciato lo stesso risultato di tutti. Una fotocopia, di percorsi già visti.

 

E quindi mi chiedo: è (più) giusto partire da un avatar, per trasformarlo in nome e quindi “smascherarci”?

Oppure partire dal nome per arrivare al sopra-nome? Entrambi i percorsi portano allo stesso risultato? Trovo sia un punto di partenza per un’indagine in termini sociologici.

 

(Grazie Samuele Bersani per essere stato una delle mie fonti di ispirazione):